Separazione e Divorzio: Domande Frequenti :: Diritto & Consulenza

Separazione e Divorzio: Domande Frequenti

Che differenza c’è tra separazione giudiziale e consensuale?

Entrambe presuppongono l’intervento di un giudice, però, mentre la prima può avvenire su domanda unilaterale di un coniuge, senza che tra gli stessi sia intervenuto alcun tipo di accordo, nel secondo caso presupposto essenziale è proprio la sussistenza di un accordo volto a regolamentare le modalità della separazione, quali l’affidamento della prole, l’assegno di mantenimento e l’assegnazione della casa familiare.

Nel caso di separazione giudiziale verrà instaurato un procedimento contenzioso, mentre la separazione consensuale prevede un procedimento di volontaria giurisdizione.

La legittimazione a proporre domanda di separazione, in ogni caso, spetta unicamente ai coniugi, compreso quello cui la separazione sia addebitabile, e saranno nulli eventuali patti volti a limitare, escludere, o imporre l’esercizio di tale diritto personalissimo (art. 150 c.c.).

Quali sono gli effetti della separazione tra i coniugi?

Effetto primario della separazione è il venir meno degli obblighi morali tra i coniugi, in particolare i doveri di coabitazione, assistenza e fedeltà, permanendo eventualmente solo obblighi di natura patrimoniale.

Ancora, ex art. 156 bis c.c., lo stato di separazione incide sull’uso del cognome del marito da parte della moglie, con possibilità per il giudice di inibirlo se pregiudizievole per lui, ovvero autorizzare la donna a non usarlo se pregiudizievole per lei.

Infine, l’art. 232 secondo comma c.c. prevede la rilevanza dello stato di separazione ai fini del venir meno della presunzione di concepimento.

E’ possibile riconciliarsi durante o dopo la separazione?

Gli effetti della separazione personale possono cessare in conseguenza del comportamento dei coniugi. Questi, difatti, possono di comune accordo, senza che sia necessario l’intervento da parte del giudice, emettere una dichiarazione espressa ovvero porre in essere un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione (art. 157 c.c.).

Una volta intervenuta la riconciliazione, la separazione potrà essere pronunciata esclusivamente in relazione a fatti e comportamenti successivi alla ripresa dei rapporti materiali e spirituali.

Quali sono le conseguenze della pronuncia di addebito?

L’addebito della separazione ha importanti conseguenze di ordine patrimoniale. Il coniuge al quale sia addebitata la separazione, difatti, perde il diritto all’assegno di mantenimento (art. 156, comma 1 c.c.) nonché ogni diritto successorio (art. 548, comma 1 e 585, comma 1 c.c.), salvo il diritto agli alimenti, se privo di mezzi di sostentamento. In tal caso, inoltre, avrà anche diritto ad un assegno vitalizio gravante sull’eredità, se percepiva gli alimenti al momento della morte del de cuius.

Nessuna conseguenza deriva, invece, in ordine all’affidamento della prole.

Quando può essere richiesta la separazione giudiziale con addebito?

L’art. 151 c.c. prevede, al secondo comma, la possibilità per il Giudice di dichiarare a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del comportamento contrario ai doveri che derivano del matrimonio.

Ciò significa che non è sufficiente, ai fini dell’addebito, il verificarsi di una situazione di intollerabilità della convivenza, essendo necessario che da tale situazione derivi la violazione consapevole dei doveri nascenti dal matrimonio.

Trattasi di giudizio che può essere introdotto esclusivamente su domanda di parte. Nel caso in cui la richiesta provenga da entrambi i coniugi, il giudice non potrà eventualmente compensare i rispettivi comportamenti colposi ma, semmai, pronunciare addebito a carico di entrambe le parti.

Quali sono gli effetti della separazione?

Con la separazione vengono meno gli obblighi morali tra i coniugi, in particolare i doveri di coabitazione, assistenza e fedeltà, permanendo eventualmente solo obblighi di natura patrimoniale.

Lo stato di separazione incide anche sull’uso del cognome del marito da parte della moglie, con possibilità per il giudice di inibirlo se pregiudizievole per lui, ovvero autorizzare la donna a non usarlo se pregiudizievole per lei.

Infine, l’art. 232 secondo comma c.c. prevede la rilevanza dello stato di separazione ai fini del venir meno della presunzione di concepimento.

E’ possibile separarsi solo di fatto, senza l’intervento del Giudice?

La separazione di mero fatto, pur non essendo regolata dalla legge, è ormai una prassi consolidatasi nell’ordinamento, sicché leciti saranno gli eventuali accordi intervenuti a regolamentare gli aspetti patrimoniali della stessa.

In particolari casi determinati, la legge prende in considerazione la separazione di fatto quale fatto giuridico cui riconnette alcuni effetti, ad esempio ai fini del computo dei termini per ottenere il divorzio – purché tale separazione sia iniziata due anni prima dell’entrata in vigore della legge n. 898 del 1970 – ovvero quale impedimento all’adozione di minori o, ancora, ai fini della successione nel contratto di locazione.

Come è regolato l’affidamento dei figli?

In sede di separazione e salvo diverso accordo tra i coniugi, il Giudice deve valutare prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori (affidamento condiviso) oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati (affidamento esclusivo), sempre e comunque considerando l’esclusivo interesse della prole.

Il Giudice determina inoltre i tempi e le modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione della prole.

Il coniuge affidatario in via esclusiva avrà la potestà sui figli oltre all’amministrazione e l’usufrutto legale sui loro beni. Il genitore divorziato non affidatario conserverà l’obbligo (ma anche il diritto) di mantenere, istruire ed educare i figli. Il genitore non affidatario è tenuto a versare un assegno di mantenimento per la prole

Quali sono gli effetti della separazione sui figli?

La legge n. 54 dell’8 febbraio 2006 è intervenuta sulla disciplina della separazione, in particolare per quel che concerne l’aspetto relativo alla prole. Scopo della normativa è porre al centro dell’istituto il minore, quale titolare di una posizione soggettiva qualificata, tentando di arginare i notevoli danni derivanti dal mutamento dell’habitat familiare.

L’art. 155 c.c., infatti, codifica un principio – affermato in numerose convenzioni internazionali – del quale già prima in astratto non si dubitava, ossia il diritto del minore alla bigenitorialità, a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, a ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi, nonché a conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

A chi spetta la casa familiare?

La disciplina relativa all’assegnazione della casa coniugale è stata novellata dalla legge n. 54 del 2006; l’art. 155 quater c.c. attribuisce il godimento della casa familiare valutando prioritariamente l’interesse dei figli, sicchè nella maggior parte dei casi la casa familiare verrà assegnata al genitore presso il quale sono collocati i figli.

La ratio di tale istituto è infatti da ricercare nell’esigenza di tutela della prole, onde garantire ad essa il più possibile il mantenimento dell’habitat familiare.

L’assegnazione della casa al coniuge collocatario è, pertanto, derogabile soltanto se la differente soluzione è maggiormente conforme all’interesse morale e materiale della prole.

Nei rapporti patrimoniali tra i coniugi, l’assegnazione della casa familiare è uno dei paramtetri da valutare ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento alla prole e/o al coniuge economicamente più debole.

L’assegno di mantenimento può essere revocato?

I provvedimenti giudiziali che regolano i rapporti patrimoniali tra i coniugi a seguito della separazione possono essere revocati o modificati, su istanza di parte, da parte del giudice, qualora sopravvengano giustificati motivi (art. 156, u.c., c.c.).

Quando deve essere versato l’assegno di mantenimento all’altro coniuge?

Presupposti necessari affinché sorga tale diritto sono la non addebitabilità della separazione e l’inesistenza di adeguati redditi propri (art. 156, comma 1).

Il concetto di adeguatezza presuppone un paramento di riferimento che viene in modo pressoché unanime dalla giurisprudenza rinvenuto nel tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

Il tenore di vita cui la giurisprudenza si riferisce è non solo quello effettivamente goduto in costanza di matrimonio, ma anche quello meramente potenziale, non avendo rilievo il più modesto stile di vita eventualmente subito o tollerato dalle parti.

L’entità dell’assegno, commisurata a “quanto necessario per il mantenimento” (art. 156, primo comma, c.c.), andrà stabilita avuto riguardo alle circostanze e ai redditi dell’obbligato (art. 156, secondo comma, c.c.), sicché occorrerà considerare tutti i cespiti patrimoniali nella disponibilità dell’obbligato, e non solo i redditi da lavoro.

Nel determinare l’entità dell’assegno il giudice dovrà, inoltre, tenere conto dei redditi dell’obbligato e delle esigenze di sostentamento di quest’ultimo, non potendo prevedere la corresponsione dell’assegno ove questo venga ad incidere sul minimo indispensabile per la sopravvivenza.

Infine, come espressamente disposto dall’art. 155 quater, nella regolamentazione dei rapporti economici tra i coniugi, il giudice deve tenere conto anche dell’assegnazione della casa coniugale e dei maggiori oneri che possono per questo gravare sul coniuge obbligato.

L’assegno di mantenimento spetta al figlio maggiorenne?

L’obbligo di mantenere i figli persiste al compimento del diciottesimo anno di età fino a quando non sia stata raggiunta la piena autonomia economica.

L’art. 155 quinquies, in tali casi, prevede la possibilità per il giudice di disporre, valutate le circostanze, il pagamento di un assegno periodico anche in favore dei figli maggiorenni ma non indipendenti economicamente. Detto assegno verrà versato direttamente all’avente diritto, diversamente da quanto precedentemente previsto, ove titolare dell’assegno rimaneva comunque il genitore affidatario.

Com’è regolato il mantenimento della prole?

L’art.155 disciplina le modalità con le quali ciascun coniuge provvede al mantenimento dei figli. Ogni genitore dovrà contribuire in misura proporzionale al proprio reddito; ove necessario, però, il giudice potrà disporre la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, considerando, in particolare:
a) le attuali esigenze del figlio;
b) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;
c) i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
d) le risorse economiche di entrambi i genitori;
e) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore;
Il legislatore ha introdotto questa disposizione per sottolineare come l’affidamento congiunto non comporti di per sé un onere paritario di mantenimento a carico dei coniugi, per il semplice fatto che tale affidamento non è riservato esclusivamente a genitori che abbiano parità di reddito.

Anzi, onde evitare che l’affido condiviso venga a gravare in maniera eccessiva sul coniuge che percepisca reddito inferiore, viene predisposto l’assegno integrativo.

Questa misura attua il principio espresso all’art. 30 della Costituzione e poi ripreso dagli artt. 147 e 148 c.c., secondo il quale l’obbligo di mantenimento va adempiuto in proporzione alle rispettive sostanze e capacità di lavoro professionale e casalingo.

Tale assegno è, poi, soggetto ad adeguamento automatico ISTAT, in difetto di altri paramenti indicati dalle parti o dal giudice. Quest’ultimo, nel caso in cui le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, potrà disporre accertamenti tramite polizia tributaria sui beni e sui redditi oggetto di contestazione.

Tutti provvedimenti concernenti l’affidamento, l’attribuzione dell’esercizio della potestà nonché le disposizioni relative alla misura e alla modalità di contribuzione possono essere in ogni tempo soggette a revisione, su domanda dei genitori (art. 155 ter c.c.).

Le disposizioni sull’affidamento dei figli sono modificabili?

In base a quanto disposto dall’art. 155-ter. (Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli), i genitori hanno il diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della potestà su di essi e delle eventuali disposizioni relative alla misura e alla modalità del contributo.

 

Come sono regolati i rapporti tra i genitori e i figli nell’affidamento condiviso?

Nell’affidamento condiviso, la potestà genitoriale è esercitata da entrambi i genitori e le decisioni di maggiore interesse per i figli devono essere assunte di comune accordo dai coniugi, sempre tenendo conto della capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice; nello specifico art. 709-ter.

Per la soluzione delle controversie insorte tra i genitori in ordine all’esercizio della potestà genitoriale o delle modalità dell’affidamento è competente il giudice del procedimento in corso, mentre in caso di richiesta di modifica dei provvedimenti riguardo ai figli è competente il tribunale del luogo di residenza del minore.

In caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, il giudice può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente:
1. ammonire il genitore inadempiente;
2. disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore;
3. disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro;
4. condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende.

Sempre su decisione del giudice, la potestà può essere esercitata separatamente sulle questioni di ordinaria amministrazione.

  

In caso di separazione a quale genitore spetteranno le detrazioni per carichi di famiglia relative ai figli?

L’ articolo 12 del Tuir, comma 1, lettera c, dispone che, in caso di affido esclusivo, la detrazione d’imposta per figli a carico spetta al genitore affidatario nell’intera misura, salvo un diverso accordo finalizzato a ripartire la detrazione nella misura fissa del 50% fra ciascun genitore, ovvero ad attribuirla per intero al genitore con un reddito più elevato (in ogni caso, non sono ammesse percentuali diverse da quelle appena indicate).

Invece, in caso di affidamento congiunto o condiviso, la detrazione spetta nella misura del 50% a ognuno di essi, fatto salvo un diverso accordo nei termini più sopra riportati (circolare 15/E/2007, paragrafo 1.4.5). Dove il genitore affidatario o, in caso di affidamento congiunto, uno dei genitori affidatari non possa usufruire in tutto o in parte della detrazione per mancanza di reddito, la detrazione è assegnata per intero al secondo genitore.

Quest’ultimo, salvo diverso accordo tra le parti, è tenuto a riversare all’altro genitore affidatario un importo pari all’intera detrazione oppure, in caso di affidamento congiunto, pari al 50 per cento della detrazione stessa.

  

In caso di separazione, l’assegno di mantenimento del coniuge è deducibile?

A norma dell’articolo 10 del Testo unico delle imposte sui redditi di cui al decreto del presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 (Tuir), dal reddito complessivo si deducono, se non sono deducibili nella determinazione dei singoli redditi che concorrono a formarlo, gli assegni periodici corrisposti al coniuge in conseguenza di separazione legale ed effettiva, di scioglimento o annullamento del matrimonio o di cessazione dei suoi effetti civili, nella misura in cui risultano da provvedimenti dell’autorità giudiziaria, ad esclusione di quelli destinati al mantenimento dei figli.

L’assegno di mantenimento va calcolato nel modello Isee?

La disciplina Isee (articolo 1-bis, comma 1, del Dpcm 221/99, modificato dal Dpcm 242/2001, regolamento di attuazione del Dlgs 109/98 e successive modifiche e integrazioni) fa riferimento alla famiglia anagrafica così come definita dall’articolo 4 del Dpr 223/89 e successive modifiche e integrazioni.

I coniugi separati con provvedimento del giudice (separazione giudiziale od omologazione della separazione consensuale) e con diversa residenza non appartengono più ad uno stesso nucleo familiare: i figli, residenti con la madre, costituiscono pertanto a questi fini nucleo familiare con quest’ultima.

Per quanto riguarda l’assegno periodico corrisposto per il mantenimento dei figli risultante da provvedimento dell’autorità giudiziaria, lo stesso è espressamente escluso dalla base imponibile per il calcolo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche ai sensi dell’articolo 3, comma 3, lettera b) del Tuir (Dpr 917 del 22 dicembre 1986 e successive modifiche e integrazioni) e non concorre pertanto alla determinazione del reddito della moglie neppure ai fini Isee (diversa situazione si avrebbe nel caso in cui l’assegno periodico di mantenimento riguardasse invece direttamente la moglie e non i figli: l’importo corrisposto sarebbe, infatti, in questa ipotesi considerato in capo al percettore quale reddito imponibile assimilato a quello di lavoro dipendente e rientrerebbe nel calcolo dell’ Isee).

Anche ai fini Isee (particolare indicatore che partendo dall’ Isee introduce specifici criteri previsti per l’Università dall’articolo 5 del Dpcm 9 Aprile 2001), il reddito del padre, in caso di separazione o divorzio, non rileva e si deve tenere conto esclusivamente di quello del genitore che percepisce gli assegni di mantenimento dello studente.

In caso di separazione, va pagata l’IRPEF sulla casa familiare assegnata all’altro coniuge?

Ai fini dell’ Irpef, per abitazione principale deve intendersi l’unità immobiliare «nella quale la persona fisica, che la possiede a titolo di proprietà o altro diritto reale, o i suoi familiari dimorano abitualmente» (articolo 10, comma 3-bis, del Dpr 917/86). Qualora l’immobile sia utilizzato dai propri familiari che, ai fini dell’ Irpef, sono il coniuge e i due figli(articolo 5, comma 5, del Dpr 917/86), l’immobile stesso non ha perso la qualità di abitazione principale del soggetto passivo (in senso conforme, circolare 247/E del 29 dicembre 1999, paragrafo 1.1; risoluzione 13/E dell’11 febbraio 2000).

Nel caso specifico della separazione legale, il coniuge separato, finché non intervenga la sentenza di divorzio, rientra tra i familiari individuati dal citato comma 5 dell’articolo 5 del Dpr 917/86 (circolare 7/E del 26 gennaio 2001, risposta 2.2).

Di conseguenza,  trattandosi di abitazione principale del contribuente (in senso conforme, circolare 95/E del 12 maggio 2000, risposta 5.1.2), va inserita nel modello 730.

Quando può essere chiesto il divorzio?

L’art. 3 della legge 1970/898 codifica l’ipotesi in cui è possibile chiedere il divorzio, nello specifico:
1. in caso di separazione giudiziale, purché tra la comparizione delle parti davanti al Presidente del Tribunale e procedimento di separazione e la proposizione della domanda di divorzio devono siano trascorsi almeno tre anni e la sentenza, anche parziale, di separazione sia passata in giudicato;
2. in caso di separazione consensuale omologata con decreto disposto dal giudice,purché tra la comparizione delle parti davanti al Presidente del Tribunale e procedimento di separazione e
la proposizione della domanda di divorzio devono siano trascorsi almeno tre anni ;
3. in caso di separazione di fatto, se la separazione è iniziata 2 anni prima del 18 dicembre 1970.

E’ altresì possibile addivenire ad una pronuncia di divorzio nei casi elencati all’art. 3 della citata legge:
1) quando, dopo la celebrazione del matrimonio, l’altro coniuge è stato condannato, con sentenza passata in giudicato, anche per fatti commessi in precedenza:
a) all’ergastolo ovvero ad una pena superiore ad anni quindici, anche con più sentenze, per uno o più delitti non colposi, esclusi i reati politici e quelli commessi per motivi di particolare valore morale o sociale;
b) a qualsiasi pena detentiva per il delitto di cui all’art. 564 del codice penale e per uno dei delitti di cui agli articoli 519, 521, 523 e 524 del codice penale, ovvero per induzione, costrizione, sfruttamento della prostituzione;
c) a qualsiasi pena per omicidio volontario di un figlio ovvero per tentato omicidio a danno del coniuge o di un figlio;
d) a qualsiasi pena detentiva, con due o più condanne, per i delitti di cui all’art. 582, quando ricorra la circostanza aggravante di cui al secondo comma dell’art. 583, e agli articoli 570, 572 e 643 del codice penale, in danno del coniuge o di un figlio.
In tutti questi casi, la domanda non è proponibile dal coniuge che sia stato condannato per concorso nel reato ovvero quando la convivenza coniugale è ripresa;
2) nei casi in cui:
a) con riguardo ai delitti di cui alle lettere b) e c), quando l’altro coniuge sia stato assolto per vizio totale di mente e il giudice civile adito per il divorzio accerti l’inidoneità del convenuto a mantenere o a ricostituire la convivenza familiare;
b) è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la separazione giudiziale fra coniugi, ovvero è stata omologata la separazione consensuale ovvero è intervenuta separazione di fatto quando questa è iniziata almeno due anni prima del 18 dicembre 1970.

In tutti questi casi, per la proposizione della domanda di scioglimento degli effetti civili del matrimonio, la separazione deve essersi protratta ininterrottamente da almeno tre anni a far tempo dalla avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del Tribunale nella procedura di separazione personale. L’eventuale interruzione della separazione deve essere eccepita dalla parte convenuta.

Quando spetta l’assegno divorzile?

L’art. 5, al comma 6, prevede la possibilità per il giudice che pronuncia la sentenza di divorzio di disporre l’obbligo a carico di un coniuge di somministrare periodicamente, a favore dell’altro, un assegno, laddove quest’ultimo non abbia mezzi adeguati o non possa procurarseli per ragioni oggettive.

Nel pronunciare tale obbligo il giudice dovrà tenere conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o comune, del reddito di entrambi, e valutare i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio.

Come già visto per l’assegno di mantenimento in materia di separazione, anche in tal caso dovrà aversi riferimento al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, e dovrà valutarsi la possibilità di procurarsi mezzi adeguati di sostentamento in termini di effettività e concretezza, tenendo conto dell’età, della salute, del titolo di studio e della posizione sociale del richiedente, della zona geografica di appartenenza nonché delle reali proposte esistenti sul mercato del lavoro.

L’obbligo di corresponsione dell’assegno cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze.

Come incide il divorzio sull’assistenza sanitaria?

Dispone l’art. 5 l.div. che il coniuge privo di assistenza sanitaria conserva, fino al passaggio a nuove nozze, il diritto nei confronti dell’ente mutualistico da cui sia stato assistito l’altro coniuge.

Come incide il divorzio sui diritti successori?

Il divorzio determina la perdita di ogni reciproco diritto successorio.

La legge, tuttavia, ha previsto taluni diritti che l’ex coniuge superstite titolare dell’assegno di mantenimento può vantare iure proprio e non iure hereditario in occasione della morte dell’altro, atteso che l’obbligo di corresponsione è personale e dunque non si trasmette agli eredi.

Come incide il divorzio sulla pensione di reversibilità?

Se un soggetto muore senza lasciare un coniuge superstite, la pensione di reversibilità spetta all’ex coniuge, per sentenza del giudice e su domanda di parte.

Nel caso in cui, invece, un coniuge superstite vi sia, l’ex coniuge titolare dell’assegno di mantenimento avrà diritto solo ad una quota della pensione di reversibilità, stabilita dal giudice, tenendo conto della durata dei rispettivi matrimoni (art. 9 l.div.).

Quali sono gli effetti del divorzio?

Ai sensi dell’art. 5, comma 2, l.d., la donna perde il cognome che aveva aggiunto al proprio a seguito del matrimonio. Tuttavia il Tribunale, con la sentenza che determina lo scioglimento del vincolo coniugale, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta al mantenimento del cognome del marito, ove sussista un interesse, suo o dei figli, meritevole di tutela.

La giurisprudenza, poi, ritiene che a seguito di divorzio non venga meno il vincolo di affinità sorto dal matrimonio, permanendo sia l’obbligo alimentare ex art. 434 c.c. che l’impedimento di cui all’art. 87 c.c.
Altro effetto della pronuncia di divorzio consiste nel venir meno della comunione dei beni, ove questa non sia già cessata a seguito di separazione.


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