Responsabilità Genitoriale: Cura, Educazione e Crescita dei Figli :: Diritto & Consulenza

Responsabilità Genitoriale: Cura, Educazione e Crescita dei Figli

Pubblicato il 29 luglio 2009

La responsabilità genitoriale nella cura, educazione e crescita dei figli.

1. Dall’istituzione familiare alla tutela della persona. 2. La violazione dei doveri genitoriali e la responsabilità civile. 2.1. Il risarcimento del danno da violazione dei doveri genitoriali. 2.2. La responsabilità genitoriale e i rimedi di cui al comma 2 dell’art. 709 ter c.p.c. 3. La responsabilità dei genitori per il fatto illecito cagionato dai minori. 3.1. La prova liberatoria per i genitori. 3.2. L’importanza della convivenza.

1. Dall’istituzione familiare alla tutela della persona.

La riforma del diritto di famiglia del 1975 ha avuto il merito di allontanarsi da una visione istituzionale della famiglia, intesa come sistema complementare, autosufficiente ed autoreferente, per ancorasi al sistema famiglia-comunità, i cui interessi si identificano con quelli solidali dei suoi componenti.
La famiglia diviene il luogo di incontro e di vita comune tra i suoi membri, cioè il luogo in cui si riconoscono e si garantiscono i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.
In particolare il peculiare ruolo della famiglia per la cura dei preminenti interessi del minore e, più in generale, del benessere di ciascun singolo individuo, è stato sottolineato dalla Suprema Corte[1] che definisce la famiglia “non già come un luogo di comprensione e di mortificazione di diritti irrinunciabili, ma come sede di autorealizzazione e di crescita, segnata dal reciproco rispetto ed immune da ogni distinzione di ruoli, nell’ambito della quale i singoli componenti conservano le loro essenziali connotazioni e ricevono riconoscimento e tutela”. Con la conseguenza che “il rispetto della dignità della personalità di ogni componente del nucleo familiare assume i connotati di diritto inviolabile, la cui lesione da parte di altro componente del nucleo della famiglia, così come da parte del terzo, costituisce il presupposto logico della responsabilità civile, non potendo ritenersi che diritti inviolabili ricevano diversa tutela a seconda che i loro titolari si pongano o meno all’interno di un contesto familiare”.
Si viene a disegnare, quindi, un sistema basato sulla centralità di ogni singolo componente familiare.
La progressiva riscoperta degli artt. 2 e 3 Cost. ha, infatti, comportato una forte attenzione verso i diritti fondamentali dell’individuo che si è tradotta nell’adozione di una disciplina rispettosa dell’autonomia di ogni singolo familiare, del loro mondo di relazioni, affetti e responsabilità.
Tale processo di valorizzazione della sfera individuale ha portato, altresì, alla nascita di nuove voci di danno alla persona, il c.d danno endofamiliare, che, partendo dal fondamentale concetto di tutela della persona, assicura una tutela risarcitoria a tutte quelle situazioni causate da una qualsiasi modificazione peggiorativa della sfera personale del soggetto, anche nel caso in cui non vi sia una lesione della salute suscettibile di giustificare il risarcimento del danno biologico ed anche se il fatto non integra gli estremi del reato, così da permettere la risarcibilità del danno morale.
In tale contesto assume centralità il tema della punibilità del c.d. mobbing familiare, inteso come quel comportamento del componente di un nucleo familiare teso ad aggredire psicologicamente la personalità di un altro, per deprimerla o comunque ostacolarla, anche nel caso in cui tale condotta non costituisce reato.
In tal modo la problematica della responsabilità risarcitoria per violazione degli obblighi di assistenza familiare si innesta in quella più ampia relativa alla risarcibilità della lesione di diritti fondamentali della persona.
Risarcibilità che, alla luce dei fondamentali arresti dettati dalle sentenze della Cassazione n. 8827 ed 8828 del 2003 e confermati dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 233/03, deve ricomprendere oltre ai danni patrimoniali, ogni danno di natura non patrimoniale derivante dalla lesione dei valori della persona e, quindi, sia il danno morale soggettivo, consistente nella mera sofferenza psichica e nel patema d’animo, sia il danno biologico in senso stretto, configurabile il presenza di lesioni all’integrità psico-fisica, che il danno derivante dalla lesione di altri interessi di rango costituzionale relativi alla persona.

2. La violazione dei doveri genitoriali e la responsabilità civile.

Uno dei problemi fondamentali in tema di illecito endofamiliare è capire quando la violazione derivante dal rapporto di filiazione può legittimare l’azione di risarcimento danni, cioè quando la condotta di un genitore può essere fonte di responsabilità civile.
Bussola per tale indagine è la precisazione effettuata dalla Suprema Corte[2], secondo cui vengono in rilievo non “i comportamenti di minima efficacia lesiva, suscettibili di trovare composizione all’interno della famiglia in forza di quello spirito di comprensione e tolleranza che è parte del dovere di reciproca assistenza, ma unicamente quelle condotte che per la loro intrinseca gravità si pongono come fatti di aggressione ai diritti fondamentali della persona”.
Si sottolinea come non esista alcun automatismo tra la violazione dei doveri nascenti dal rapporto di filiazione e il risarcimento del danno, sicché il danno sarà risarcibile soltanto quando rivestirà i caratteri del “danno ingiusto”.
Spetterà, quindi, al giudice individuare di volta in volta quando vi sia la lesione di un interesse giuridicamente rilevante che determini un danno ingiusto.
A tal fine, come chiarito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione[3], l’interprete dovrà effettuare un giudizio di comparazione tra gli interessi in conflitto, e cioè tra l’interesse effettivo del soggetto che si ritiene danneggiato e l’interesse che il comportamento lesivo del danneggiante è volto a perseguire, al fine di verificare se il sacrificio dell’interesse del soggetto danneggiato trovi o meno giustificazione nella realizzazione del contrapposto interesse dell’autore della condotta, in ragione della sua prevalenza. Tale comparazione dev’essere condotta alla luce del diritto positivo, sicché la valutazione dei contrapposti interessi non è rimessa alla discrezionalità del giudice, il quale, al contrario, dovrà accertare se l’ordinamento assicuri tutela all’interesse del danneggiato con disposizioni specifiche oppure lo prenda in considerazione sotto altri profili, diversi dalla tutela risarcitoria, manifestanti ugualmente un’esigenza di protezione.
Alla luce di ciò è riconoscibile la sussistenza di un danno ingiusto nell’ipotesi in cui la condotta di un genitore, in violazione dei doveri che i genitori hanno nei confronti della prole, abbia leso interessi costituzionalmente rilevanti dei figli incidendo negativamente sul corretto sviluppo della loro personalità.
Pertanto è stata affermata[4] la responsabilità di un genitore la cui condotta, caratterizzata da un prolungato ed ostinato rifiuto alla corresponsione dei mezzi di sussistenza al figlio minore, abbia determinato la lesione di fondamentali diritti della persona inerenti, in particolare, alla qualità di figlio e minore; è stato ritenuto[5] responsabile un padre che si era completamente disinteressato della propria figlia naturale ignorandone, volutamente fin dal momento della gravidanza, la nascita, la vita, le sorti, le esigenze economiche; è stato condannato[6] al risarcimento il padre che, consapevole della propria paternità, non ha fatto nulla per sopperire alle carenze, economiche e psicologiche, in cui versava il figlio naturale.
Inoltre, la rilevanza degli interessi tutelati ha spinto la giurisprudenza a riconoscere, a prescindere dalla configurabilità o meno del reato di cui all’art. 570 c.p., la responsabilità da fatto illecito del genitore che consapevolmente violi gli obblighi di cui agli artt. 147 e 148 c.c..
Infine la giurisprudenza, partendo dal presupposto che è danno ingiusto quello che arreca una lesione ai diritti fondamentali della prole, ha ritenuto che sia ravvisabile una condotta illecita fonte di responsabilità contrattuale anche nel caso di mancato esercizio del c.d. diritto dovere di visita[7] oppure nel caso di condotta del genitore affidatario tesa ad ostacolare i rapporti con il genitore non affidatario[8].

2.1. Il risarcimento del danno per violazione dei doveri genitoriali.

Altro aspetto problematico riguarda la tipologia di danno, cioè se la violazione dei diritti fondamentali della persona sia o no risarcibile in re ipsa.
Con sentenza n. 7713/2000, la Suprema Corte ha per la prima volta chiarito che la violazione dei doveri genitoriali è idonea a determinare un danno ingiusto allorché tale condotta leda interessi costituzionalmente rilevanti per la prole. Non è, quindi, la semplice violazione del dovere genitoriale a rappresentare il danno ingiusto, bensì la lesione di un interesse ulteriore, ravvisato, nel caso di specie, nella violazione di diritti fondamentali della persona inerenti la qualità di figlio.
Ne discende, secondo la Suprema Corte, la risarcibilità in re ipsa quale lesione in sè, indipendentemente dai profili patrimoniali e dalla perdita determinata.
Tale lettura è stata completamente rivisitata dalle sentenze della Corte di Cassazione n. 8827 e 8828 del 2003 e dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 233 del 2003 che, nel caso di lesione di danni costituzionalmente protetti, hanno escluso che il danno possa essere ravvisato in re ipsa.
Di conseguenza, a seguito di tali statuizioni, il Tribunale di Venezia[9] si è allontanato dal riconoscimento del danno in re ipsa concentrando la propria attenzione sui pregiudizi cagionati dal comportamento omissivo del genitore.
Il Giudice di merito ha, infatti, sottolineato come la mancanza della figura paterna non solo si sia manifestata, in modo negativo, “nello svolgimento della personalità” della figlia e nel “coacervo delle scelte esistenziali della crescita” della stessa, ma ha altresì arrecato alla minore un pregiudizio ulteriore, meritevole di una riparazione riequilibrata, rappresentato dalla consapevolezza raggiunta dalla figlia di essere stata rifiutata ed abbandonata dal padre.
Per tali motivi, il Giudice di prima istanza ha riconosciuto il risarcimento del danno esistenziale, qualificato come “danno non patrimoniale non coincidente con il mero danno morale” e lo ha liquidato in via equitativa, tenendo in considerazione le conseguenze negative manifestatesi nella maturazione e nella crescita della figlia.
Sulla stessa scia, i Giudici di Appello di Milano[10], chiamati a decidere sulla responsabilità di un padre naturale che si era sempre sottratto agli obblighi di legge, hanno sottolineato come tale condotta illecita abbia condotto conseguenze non solo nella sfera economica ma anche in quella non patrimoniale del figlio attribuendo, così, rilevanza alla dimensione esistenziale del pregiudizio subito da quest’ultimo.
In particolare i Giudici si sono soffermati sulla circostanza che la mancata cura da parte del padre ha costretto il figlio a tenere un’esistenza, dal punto di vista sociale e lavorativo, del tutto diversa e del tutto deteriore rispetto a quella che il rapporto di filiazione gli avrebbe consentito.
La Corte ha, infatti, affermato che il pregiudizio derivante dal dover svolgere mansioni lavorative poco gratificanti può ripercuotersi non solo nell’ambito patrimoniale in termini di minor reddito, ma anche sotto il profilo personale e morale del danneggiato, venendo in rilievo, ad esempio, l’appagamento personale e morale del danneggiato, le abitudini di vita, gli assetti relazionali e le occasioni per l’espressione e la realizzazione della personalità del danneggiato nel mondo esterno. In tal modo, quindi, sulla base del raffronto della vita sino ad allora condotta dall’attore ed i vantaggi di cui avrebbe potuto beneficiare in forza del rapporto di filiazione, viene evidenziata l’incidenza negativa che la condotta illecita del padre ha provocato sulle attività realizzatrici del figlio, sia dal punto di vista sociale che lavorativo, con la conseguente lesione dei diritti fondamentali dello stesso, sia sotto il profilo personale che relazionale.
E proprio guardando alla perdita di chance, inteso come perdita di opportunità lavorative e sociali adeguate alla posizione socio-economica di appartenenza del padre-naturale, i Giudici di secondo grado hanno liquidato in via equitativa il “pregiudizio esistenziale” causato al figlio dal comportamento dolosamente omissivo tenuto dal proprio genitore.

2.2. La responsabilità genitoriale e i rimedi di cui al comma 2 dell’art. 709 ter c.p.c.

Il riconoscimento della responsabilità endofamiliare ha trovato un riscontro legislativo nell’art. 709 ter introdotto con la legge n. 54/06.
Tale norma, infatti, ha tipizzato una serie di sanzioni volte a punire le gravi inadempienze o gli atti che arrechino pregiudizio al minore o che ostacolino il corretto svolgimento delle modalità di affidamento, tra le quali, vi è proprio, “il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore”.
Con una recentissima sentenza il Tribunale di Vallo della Lucania si è soffermata sulla natura giuridica della responsabilità del genitore che, con il proprio comportamento scorretto, arrechi pregiudizio alla prole, chiarendo come si tratta “di una responsabilità da violazione dell’affidamento che si pretende nelle relazioni parentali, anche in quelle in stato patologico, per cui trattasi di una conseguenza sanzionatoria da lesione di una aspettativa legittima inerente alla relazione parentale”.
Responsabilità da violazione dell’affidamento e degli obblighi di protezione scaturenti dalle relazioni parentali che si caratterizza anche per il suo risvolto pubblicistico.
La novella norma, infatti, secondo il Tribunale adito, oltre a ragioni strettamente riparatorie, è portatrice anche di ragioni general preventive, avendo una finalità deterrente o dimostrativa.
In tal senso la statuizione di sanzioni, come l’ammenda o il risarcimento, dovrebbe fungere da deterrente al commettere atti pregiudizievoli per la prole ovvero inosservanti dei provvedimenti resi in ordine all’esercizio della potestà genitoriale o alle modalità di affidamento.
Pertanto la tutela di tale norma sarà invocabile ogniqualvolta siano posti in essere comportamenti lesivi di un interesse superindividuale ai quali si ritiene di poter dare una risposta in termini di sanzione dimostrativa.

3. La responsabilità dei genitori per il fatto illecito cagionato dai minori.

L’art. 2048 c.c. disciplina la responsabilità dei genitori per danno cagionato da fatto illecito posti in essere dal figlio minore non emancipato e con essi coabitante; la responsabilità non sussiste quando i genitori provino di “non aver potuto impedire il fatto”.
Quattro sono i presupposti al verificarsi dei quali si sostanzia la responsabilità in analisi. Due di essi, la coabitazione del minore con i genitori e la commissione di un fatto illecito commesso dal figlio, si desumono direttamente dal primo comma della norma in esame; l’ulteriore requisito della capacità di intendere e di volere del minore, invece, si ricava dal raffronto con l’art. 2047 c.c. che sancisce la responsabilità del sorvegliante del soggetto incapace; infine è richiesta l’imputazione ai genitori di una colpa, consistente nel difetto di educazione e di vigilanza.
La responsabilità dei genitori discende, quindi, direttamente dal loro status, sicché essi rispondono sia per fatto proprio (per violazione della norma di comportamento che su di loro incombe), che per il fatto illecito altrui.
Da questo punto di vista la responsabilità dei genitori può essere qualificata come responsabilità diretta, il che giustifica l’orientamento unanime che vede il genitore e il minore corresponsabili per il risarcimento del danno causato da quest’ultimo.
Entrambi, infatti, hanno commesso l’illecito, sebbene violando norme diverse: il genitore quella che gli impone di evitare il fatto illecito commesso dal figlio e che si presenta in un rapporto di causalità mediata rispetto all’illecito consumato dal figlio, il minore quella del neminem ledere che è casualmente collegata in via immediata e diretta con il danno causato.
In particolare la responsabilità dei genitore è stata affermata sia per i casi di culpa in vigilando che per quelli di culpa in educando.
Infatti, essendo proprio dell’ufficio del genitore il compito di educare il figlio, oltre che quello di sorvegliare la sua attività, egli risponde dei fatti illeciti posti in essere dal figlio anche quando quest’ultimo è fuori dalla sfera di sorveglianza genitoriale.
Sulla scorta di tale principio è stata, di recente[11], riconosciuta la responsabilità del genitore del minore che si era introdotto in un ambiente nel quale non era autorizzato ad accedere, non rivestendo la qualità di socio del Circolo del Tennis, e che aveva praticato il c.d. tennis a muro senza la presenza e vigilanza di alcun maestro.

3.1. La prova liberatoria dei genitori

Sui genitori, per superare la presunzione posta a loro carico dall’art. 2048, ricade una prova liberatoria particolarmente severa, poiché essi devono provare sia di aver impartito un’adeguata istruzione ed educazione che di aver vigilato sui risultati dell’educazione.
A seguito della sentenza n. 12501 del 2000 della Corte di Cassazione, infatti, non è più sufficiente provare “di aver impartito al figlio un’educazione normalmente idonea, in relazione al suo ambiente, alle sue attitudini e alla sua personalità, ad avviarlo ad una corretta vita di relazione e, quindi, a prevenire un suo comportamento illecito”, essendo altresì necessario provare che il genitore abbai compiuto “un’adeguata vigilanza in ordine al grado di assimilazione, da parte del minore stesso, dell’educazione ricevuta e della conformità dell’abituale condotta dello stesso ai precetti dell’educazione impartitagli”.
La prova liberatoria non ha, quindi, alcun riferimento diretto ed immediato con il fatto illecito commesso dal minore e con la concreta possibilità per i genitori stessi di impedire l’evento, estendendosi alla valutazione dell’intero sistema educativo da questi posto in essere. Infatti l’orientamento giurisprudenziale dominante, al fine di superare detta presunzione di colpa, vuole non la prova legislativamente prevista di non aver potuto impedire il fatto, ma quella positiva di aver impartito al figlio una buona educazione e di aver esercitato su di lui una vigilanza adeguata, da vagliare anche alla luce delle condizioni sociali, familiari, all’età, al carattere e all’indole del minore[12].
La responsabilità genitoriale si configura, così, come una responsabilità oggettiva che richiede una prova liberatoria quasi impraticabile.
Ciò soprattutto da quando la Corte di Cassazione ha chiarito come le modalità di commissione del fatto illecito possano costituire un parametro in base al quale valutare l’operato dei genitori[13].

3.2. L’importanza della convivenza.

In tale prospettiva importante è vagliare il requisito della convivenza, poiché esso rappresenta la condizione che permette ai genitori lo svolgimento dei doveri di educazione e vigilanza, doveri che non si possono assolvere se non si vive a stretto contatto con il minore.
Particolarmente dibattuta è la questione riguardante la responsabilità dei genitori separati o divorziati.
L’art. 155 c.c., nel testo anteriore alla recente modifica, già prevedeva una serie di obblighi ricadenti anche sul genitore non affidatario, al quale era riconosciuto il diritto e il dovere di vigilare sull’educazione e sull’istruzione dei figli, di partecipare alle decisioni di maggiore interesse riguardi la prole e di adire il giudice in caso di adozione di decisioni pregiudizievoli per la prole.
Proprio tenendo presenti questi aspetti, parte della dottrina ha esteso la responsabilità ex art 2048 c.c. anche al genitore non affidatario, soprattutto nel caso in cui l’illecito fosse conseguenza di un’attività consentita al minore a seguito di una decisione concordata, oppure nel caso in cui l’illecito derivasse dallo svolgimento di un’attività contraria agli interessi del minore, ma contro la quale il genitore non affidatario non si era opposto.
Una differente ricostruzione, invece, tendeva ad escludere la responsabilità del genitore non affidatario, poiché con il provvedimento di separazione o divorzio cessava l’esercizio congiunto della potestà e veniva meno la coabitazione con entrambi i genitori. A tal fine si sottolineava come l’applicazione dell’art. 2048 c.c. è strettamente connessa all’attribuzione od all’esercizio di un potere attuale del genitore sulla persona per la quale si deve rispondere. Potere attuale che non è riscontrabile in capo al genitore non affidatario poiché egli, nonostante le prerogative che gli venivano riservate, è normalmente escluso dalla prassi educativa che si costruisce giorno per giorno.
Con la recente normativa che attribuisce, di regola, la potestà genitoriale ad entrambi i genitori, non pare possano sussistere dubbi con riguardo al regime di responsabilità solidale dei genitori.
I problemi, invece, rimangono in caso di affidamento esclusivo ad uno solo dei genitori, ex art. 155 bis co 1 c.c..
La soluzione a tale problematica dipende dalla natura che si attribuisce alla responsabilità in esame: se si riconduce la responsabilità genitoriale ad un difetto di sorveglianza ed educazione è possibile escludere la responsabilità del genitore non affidatario, a causa dei limitati poteri che questi ha sulla condotta del figlio a causa dell’assenza di coabitazione. Se, invece, si ritiene che la responsabilità ex art. 2048 c.c. è una responsabilità oggettiva ed indiretta, poiché i genitori sono chiamati a rispondere in funzione di garanzia nei confronti del danneggiato, in virtù del loro status, allora è ipotizzabile che entrambi i genitori rispondano solidalmente per l’illecito del minore. In tal modo, quindi, anche il coniuge non affidatario sarà chiamato a rispondere dell’illecito compiuto dal figlio in quanto genitore di colui che ha posto in essere il comportamento punibile, indipendentemente dal dato della convivenza, che si può ritenere ugualmente soddisfatto dalla coabitazione con l’altro coniuge.

[1] Cass. civ., sez. I, 10 maggio 2005, n. 9801
[2] Cass. civ. 10 maggio 2005 n. 9801
[3] Cass. Sez. Unite 22 luglio 1999 n. 500
[4] Cass. civ. 7 giugno 2000 n. 7713
[5] Trib. Verona 30 giugno 2004
[6] Corte d’Appello di Bologna 10 febbraio 2006
[7] Tribnale di Brindisi 30 ottobre 2001
[8] Tribunale di Roma 13 giugno 2000
[9] Tribunale di Venezia 30 giugno 2004
[10] Corte d’Appello di Milano 12 aprile 2006
[11] Cass.n. 9509/07
[12] Cass. civ n. 12501/2000
[13] Secondo la Cassazione “ai fini dell’affermazione di responsabilità dei genitori ex art 2048 c.c., l’inadeguatezza dell’educazione impartita e della vigilanza esercitata su un minore può desumersi, in mancanza di prova contraria, dalle modalità dello stesso fatto illecito, che ben possono rivelare il grado di maturità e di educazione del minore, conseguenti al mancato adempimento dei doveri incombenti sui genitori, ai sensi dell’art. 147 c.c.”, così Cass. civ. n. 20322/05

tratto da www.ildirittopericoncorsi.it

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