Filiazione Legittima e Naturale: Domande Frequenti :: Diritto & Consulenza

Filiazione Legittima e Naturale: Domande Frequenti

Quando si parla di filiazione nati in costanza di matrimonio?

La filiazione legittima si ha quando ricorrono i seguenti presupposti : 1) matrimonio valido o putativo tra i genitori 2) figlio partorito dalla donna sposata 3) e generato dal marito 4) concepimento avvenuto in costanza di matrimonio.

Cosa è la presunzione di paternità?

L’art. 231 c.c., statuisce che “il marito è padre del figlio concepito durante il matrimonio”, purché la denuncia come figlio legittimo sia fatta alla nascita dalla madre.

 

Cosa è la presunzione di concepimento?

Secondo l’art. 232 c.c. il concepimento si presume che sia avvenuto in costanza di matrimonio “quando sono trascorsi centottanta giorni dalla celebrazione del matrimonio e non siano ancora trascorsi trecento giorni dalla data dell’annullamento, dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Tale presunzione non esclude la possibilità di provare, con l’azione di disconoscimento della paternità ex art. 235 c.c., che il figlio sia stato concepito prima della celebrazione del matrimonio e che non sia il frutto dell’unione della madre con chi, poi, è divenuto suo marito.

Il secondo comma dell’art. 232 c.c. prescrive che la presunzione non opera se sono decorsi trecento giorni dalla pronuncia di separazione giudiziale o dalla omologazione di separazione consensuale ovvero dalla data di comparizione dei coniugi avanti al giudice, quando gli stessi, nelle more del giudizio di separazione o dei giudizi previsti nel comma precedente, sono stati autorizzati a vivere separatamente.

In caso di riconciliazione fra coniugi, già autorizzati a vivere separati, nel corso del procedimento di separazione personale, riprende ad operare la presunzione di concepimento durante il matrimonio, con la conseguenza che il figlio nato dopo la riconciliazione, avvenuta prima del decorso di trecento giorni da quell’autorizzazione, si reputa legittimo, salva l’azione di disconoscimento.

Il figlio nato prima dei centottanta giorni si presume nato in costanza di matrimonio?

L’art.233 c.c. recita che “il figlio nato prima che siano trascorsi centottanta giorni dalla celebrazione del matrimonio è reputato legittimo se uno dei coniugi, o il figlio stesso, non ne disconoscano la paternità”.

Il figlio nato dopo i trecento giorni può essere dichiarato nato in costanza di matrimonio?

Secondo l’art. 234 c.c. “Ciascuno dei coniugi e i loro eredi possono provare che il figlio, nato dopo i trecento giorni dall’annullamento, dallo scioglimento o dalla cessazione degli effetti civili del matrimonio, è stato concepito durante il matrimonio.

Possono analogamente provare il concepimento durante la convivenza quando il figlio sia nato dopo i trecento giorni dalla pronuncia di separazione giudiziale, o dalla omologazione di separazione consensuale ovvero dalla data di comparizione dei coniugi avanti al giudice quando gli stessi sono stati autorizzati a vivere separatamente nelle more del giudizio di separazione o dei giudizi previsti nel comma precedente.
In ogni caso il figlio può proporre azione per reclamare lo stato di legittimo”.

Quando è esperibile l’azione per il disconoscimento di paternità del figlio concepito durante il matrimonio?

L’azione di disconoscimento può essere richiesta se:
1) i coniugi non hanno coabitato nel periodo compreso fra il trecentesimo ed il centottantesimo giorno prima della nascita;
2) durante il tempo predetto il marito era affetto da impotenza, anche se soltanto di generare;
3) nel detto periodo la moglie ha commesso adulterio o ha tenuto celata al marito la propria gravidanza e la nascita del figlio. In tali casi il marito è ammesso a provare che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre o ogni altro fatto tendente ad escludere la paternità.

Quando si parla di figli nati fuori dal matrimonio?

Con la riforma del 1975 si è data piena attuazione all’art. 30, terzo comma, Cost., secondo cui la legge deve assicurare ad ogni figlio nato fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.

Il riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio, pertanto, comporta da parte del genitore l’assunzione di tutti i doveri e di tutti i diritti che egli ha nei confronti dei figli legittimi (art. 261 c.c.).

Entrambi i genitori, pertanto, hanno l’obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli naturali, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli (art. 147 c.c.).

Come si effettua il riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio?

Il figlio naturale può essere riconosciuto, congiuntamente o separatamente, dal padre e dalla madre che abbiano compiuto il sedicesimo anno di età, anche se già uniti in matrimonio con altra persona all’epoca del concepimento.

Il riconoscimento può essere fatto nell’atto di nascita oppure con un’apposita dichiarazione posteriore alla nascita o al concepimento, davanti all’ufficiale dello stato civile o davanti al giudice tutelare, oppure in un atto pubblico o in un testamento, qualunque sia la forma di questo (art. 254, primo comma, c.c.).

Cosa succede nel caso in cui il riconoscimento non sia effettuato contestualmente da entrambi i genitori?

Nel caso in cui uno solo dei genitori abbia riconosciuto il figlio, l’atto di riconoscimento non può avere effetti nei confronti dell’altro e non può contenere disposizioni riguardanti l’altro genitore e se tale divieto non è rispettato le indicazioni non hanno efficacia e, qualora annotate sui registri di stato civile, si hanno per non apposte.

In particolare secondo l’art. 250 c.c. terzo comma, nell’ipotesi di minore infrasedicenne, il secondo riconoscimento non possa avvenire senza il consenso del genitore che per primo ha effettuato il riconoscimento.

Tale consenso, a norma del quarto comma dell’art. 250 c.c., può essere rifiutato ove non risponda all’interesse del figlio, tuttavia tale rifiuto può essere valutato dal tribunale, il quale può emettere una sentenza che tenga luogo del consenso negato.

Se il minore ha compiuto sedici anni è necessario anche il suo consenso?

L’art. 250 c.c. secondo comma, per il riconoscimento del figlio che abbia già compiuto il sedicesimo anno di età richiede anche l’assenso di quest’ultimo.

Ci sono casi in cui il riconoscimento non può essere effettuato?

Il riconoscimento è inammissibile laddove esso si ponga in contrasto con lo stato di figlio legittimo o legittimato (art. 253 c.c.) oppure esista un vincolo di parentela (in linea retta all’infinito o in linea collaterale fino al secondo grado) o di affinità fino al secondo grado.

Quest’ultimo, però, non costituisce ostacolo al riconoscimento nel caso in cui i genitori ignorassero al momento del concepimento; se, invece, l’ignoranza di tale vincolo parentale sussiste soltanto in capo ad uno dei genitori solo quest’ultimo sarà legittimato a riconoscere il figlio.

In entrambi i casi, comunque, l’impedimento al riconoscimento può essere rimosso chiedendo l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria che deve valutare, nell’interesse del minore, che tale riconoscimento non finisca per tradursi in un pregiudizio per il figlio stesso.

E’ possibile il riconoscimento del figlio naturale da parte di un genitore coniugato con un altro partner?

Il figlio naturale può essere riconosciuto anche dal genitore coniugato, anche nel caso in cui quest’ultimo abbia dei figli legittimi.

L’inserimento del figlio naturale di una persona coniugata, riconosciuto durante il matrimonio, nella famiglia legittima di questa è disciplinato dall’art. 252 c.c. che, al secondo comma, dispone che il giudice può autorizzare l’inserimento del figlio naturale nella famiglia legittima del genitore che ha effettuato il riconoscimento se ciò non è contrario all’interesse del minore e se vi sia il consenso dell’altro coniuge, degli eventuali figli ultrasedicenni nonché dell’altro genitore naturale che abbia effettuato il riconoscimento.

Quali sono i diritti del figlio naturale sui beni del genitore nel caso in cui quest’ultimo abbia anche dei figli legittimi?

Il figlio naturale è equiparato ai figli legittimi per i diritti di successione mortis causa, ma questi ultimi hanno la c.d. facoltà di commutazione, cioè possono soddisfare in danaro o in beni immobili ereditari, la porzione del figlio naturale, estromettendolo dalla comunione ereditaria.

Il riconoscimento può essere impugnato?

Il riconoscimento può essere impugnato per difetto di veridicità (ex art. 263 c.c.), per violenza (265 c.c.) o interdizione giudiziale (266 c.c.).

Nel primo caso il riconoscimento verrà meno solo se non risponde al vero, mentre nel secondo e nel terzo caso cadrà in conseguenza del modo difettoso in cui è venuto in essere, indipendentemente dalla veridicità dell’accertamento in esso contenuto.

Nulla, invece, è stabilito espressamente per i casi in cui esso sia stato viziato da errore o da dolo, oppure sia stato compiuto in un momento in cui l’autore non era capace di intendere e di volere.

Pertanto si ritiene che per ciò che riguarda l’errore e il dolo, essi non rilevino direttamente ma soltanto in quanto ne derivi un riconoscimento non veridico.

Per quando riguarda, invece, il riconoscimento compiuto da persona incapace, la giurisprudenza ne esclude l’impugnabilità in base ad un’affermata impossibilità di individuare il pregiudizio per l’autore dell’atto; al contrario gran parte della dottrina è propensa ad ammettere tale impugnabilità.

Qualora i genitori non vogliano riconoscere il figlio, quest’ultimo può ottenere ugualmente il riconoscimento?

Il figlio naturale può ottenere lo status di figlio naturale anche contro la volontà dei genitori, con l’esercizio dell’azione di dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale.

L’azione per la dichiarazione della maternità o paternità naturale ha carattere personalissimo e la legittimazione al suo esercizio compete esclusivamente al figlio naturale e dopo la sua morte ai suoi discendenti.

Nel primo caso l’azione è imprescrittibile, mentre, nel secondo caso, si prescrive nel termine di due anni dalla morte.

La domanda va proposta nei confronti del presunto genitore o, in caso di sua mancanza, nei confronti dei suoi eredi; tuttavia nel giudizio può contraddire chiunque vi abbia interesse.

Come va provato lo status di figlio naturale?

Nel giudizio per l’accertamento della paternità o della maternità, per provare la maternità occorre dimostrare l’identità di colui che invoca il riconoscimento e di colui che fu partorito dalla donna nei cui confronti si chiede l’accertamento della maternità.

La prova della paternità, invece, può essere data con ogni mezzo, tuttavia il legislatore precisa che a tal fine non è sufficiente la sola dichiarazione della madre o la prova dell’esistenza di un rapporto tra questa e il presunto padre al tempo del concepimento.

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