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Separazione con addebito: infedeltà

Pubblicato il 06 febbraio 2017

Ex l’art. 151, 2° comma, il Giudice, pronunciando la separazione, può dichiarare, se richiesto dalle parti, a quale dei coniugi essa sia addebitabile in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri derivanti dal matrimonio.

La pronuncia di addebito presuppone una valutazione discrezionale ad opera del giudice, con riferimento alla violazione dei doveri matrimoniali da parte di uno o di entrambi i coniugi: detta valutazione deve comprendere il complessivo comportamento dei coniugi nello svolgimento del rapporto coniugale.

La giurisprudenza concorda con tale assunto, e precisa che l’esame delle singole violazioni deve essere fatto nel contesto del comportamento globale di entrambi i coniugi, sicché il contegno tenuto da un coniuge non può mai essere giudicato senza valutarlo comparativamente con quello tenuto dall’altro coniuge, per verificare se l’uno non possa trovare piena giustificazione nelle provocazioni insite nell’altro.

La pronuncia di addebito postula, in ogni caso, l’accertamento che il comportamento contrario ai doveri coniugali abbia causato l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza e si sia determinato dal perdurare della convivenza; ne consegue che non si può addebitare la separazione sulla base di comportamenti successivi alla cessazione della convivenza, a meno che tali comportamenti costituiscano la provata conferma di comportamenti pregressi.

Gli effetti della pronuncia di addebito sono i seguenti:

  1. il coniuge al quale la separazione è stata addebitata non ha diritto ad alcun assegno di mantenimento, ma ha solo il diritto agli alimenti, qualora ne sussistano i presupposti;
  2. il coniuge al quale la separazione è stata addebitata non ha diritti successori nei confronti dell’altro coniuge, ma può avere diritto solo ad un assegno vitalizio a carico dell’eredità, se al momento dell’apertura della successione godeva degli alimenti legali a carico dell’altro coniuge;
  3. la giurisprudenza ha sottolineato che l’addebito della separazione, di per sé, non è fonte di responsabilità aquiliana. Ciò vuol dire che la pronuncia di addebito non comporta in automatico che il coniuge colpevole debba risarcire i danni causati all’altro coniuge. In alcuni casi, però, il comportamento contrario ai doveri del matrimonio che ha causato la crisi della coppia può aver comportato dei danni, sia sul piano materiale che morale e biologico, danni astrattamente risarcibili (Tribunale Roma,
    Sentenza n. 23543/13: In tema di separazione tra coniugi, il relativo addebito può costituire titolo per una richiesta risarcitoria, al di fuori dell’ipotesi di reato, soltanto qualora sia accertata la lesione, in conseguenza della violazione del dovere di fedeltà, di un diritto costituzionalmente protetto. La prova del nesso di causalità fra detta violazione ed il danno, per essere rilevante a tal fine, non può solo consistere nella sofferenza psichica causata dall’infedeltà e dalla percezione dell’offesa che ne deriva, di per sé non risarcibile costituendo pregiudizio derivante da violazione di legge ordinaria, ma deve concretizzarsi nella compromissione di un diritto costituzionalmente protetto quale la salute o la dignità del coniuge).
  4.  il coniuge colpevole può essere condannato al pagamento delle spese legali di controparte.

 Violazione dell’obbligo di fedeltà

Secondo la giurisprudenza sono sanzionabili con l’addebito tutti quei comportamenti, sessuali e non, che comportino una lesione del reciproco dovere di devozione dei coniugi e quindi della comunione materiale e spirituale.

La valutazione di tali comportamenti non è tuttavia automatica, ma è rimessa all’apprezzamento del giudice il quale può addebitare la separazione al coniuge infedele solo «ove ne ricorrano le circostanze».

Si ritiene, infatti, che un singolo episodio di adulterio non rilevi di per sé ai fini dell’addebito, occorrendo a tal fine una valutazione globale dei comportamenti reciproci dei coniugi: il Giudice deve considerare in che misura la violazione abbia inciso sulla vita familiare, tenendo conto delle modalità e della frequenza dei fatti, del tipo di ambiente in cui sono accaduti e della sensibilità morale dei soggetti interessati; neppure una stabile relazione extra-coniugale giustifica l’addebito, qualora non sia accertata l’esistenza del nesso causale fra tradimento e crisi coniugale.

Corte di Cassazione, Ordinanza 14 agosto 2015, n. 16859

In tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, salvi i casi in cui si accerti, attraverso una rigorosa valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra l’infedeltà e la crisi coniugale, per la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale.

Corte d’Appello Milano, Sentenza 4 aprile 2016, n. 1285
La inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, che, determinando normalmente la intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile. L’esposto principio subisce un’eccezione nell’ipotesi in cui si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale e, quindi, la mancanza di legame eziologico tra l’infedeltà e la crisi coniugale. Ciò posto, la violazione del dovere di fedeltà coniugale non può costituisce legittima causa di addebito della separazione, nell’ipotesi in cui il relativo procedimento giudiziario sia stato introdotto, dal coniuge non responsabile della violazione, notevole tempo dopo la scoperta della relazione extraconiugale intrattenuta dall’altro coniuge, in quanto tale circostanza è idonea a comprovare che la inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale, seppure condotta contraria ai doveri nascenti dal matrimonio, non è stata l’elemento eziologicalnente determinante la frattura dell’unione coniugale, apparendo piuttosto quest’ultima come il risultato di un deterioramento progressivo del rapporto nel suo complesso. (Nel caso concreto il ricorso per separazione è stato introdotto dal marito circa sei anni dopo la scoperta della relazione extraconiugale della moglie, di talché merita riforma la pronuncia di addebito della separazione a carico di questa, come adottata in primo grado).

Tribunale Roma, Sentenza 12 maggio 2015, n. 10290

In materia di separazione personale dei coniugi, deve ritenersi che la parte richiedente l’addebito abbia l’onere di provare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza ai sensi dell’art. 151, comma 1 del codice civile stante la contrarietà del comportamento dell’altro coniuge ai doveri che derivano dal matrimonio. Ne consegue che, nel caso in cui i comportamenti suddetti siano riconducibili all’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale, grava sulla parte che lo ha allegato provare i fatti sui quali si fonda e l’interiorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà.

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