La tutela del matrimonio dopo la rettifica del sesso di uno dei coniugi :: Diritto & Consulenza

La tutela del matrimonio dopo la rettifica del sesso di uno dei coniugi

Pubblicato il 30 marzo 2016

Corte Costituzionale, Sentenza 11 giugno 2014, n. 170

La Corte Costituzionale interviene sul tema del c.d. “divorzio imposto”, che si ha nel caso in cui uno dei due coniugi decida di rettificare il proprio sesso.

La sentenza che rettifica il sesso di uno dei coniugi, infatti, comporta lo scioglimento del matrimonio; di conseguenza, l’unica tutela possibile per la coppia che voglia continuare a vivere insieme è quello di richiedere, congiuntamente, di mantenere in vita un rapporto regolato con altra forma di convivenza che tuteli i diritti e gli obblighi della coppia medesima.

Lo scioglimento del matrimonio è la conseguenza di quanto statuito dall’art. 29 della Costituzione che afferma il modello eterosessuale del matrimonio sicché non è possibile il perdurare del vincolo matrimoniale tra soggetti del medesimo sesso.

Di fatto, a seguito dell’interpretazione estensiva degli artt. 8 e 12 CEDU che riconoscono il diritto a contrarre matrimonio anche per le coppie omosessuali ed anche alla luce dell’art. 2 della Cost. che tutela le “formazioni sociali, la Corte afferma come il c.d. “divorzio imposto”, non realizza un adeguato “bilanciamento tra l’interesse dello Stato a mantenere fermo il modello eterosessuale del matrimonio ed i contrapposti diritti maturati dai due coniugi nel contesto della precedente vita di coppia. In particolare, la situazione di due coniugi che, nonostante la rettificazione dell’attribuzione di sesso ottenuta da uno di essi, intendano non interrompere la loro vita di coppia, si pone evidentemente fuori dal modello del matrimonio – la cui prosecuzione è impedita dal venir meno del requisito dell’eterosessualità – ma non è neppure equiparabile ad una unione di soggetti dello stesso sesso, poiché ciò equivarrebbe a cancellare, sul piano giuridico, un pregresso vissuto, nel cui contesto quella coppia ha maturato reciproci diritti e doveri, anche di rilievo costituzionale, che, seppur non più declinabili all’interno del modello matrimoniale, non sono, per ciò solo, tutti necessariamente sacrificabili”.

Per tutelare tale “pregresso vissuto”, la Corte auspica un intervento del legislatore volto ad introdurre “con la massima sollecitudine una forma alternativa – e diversa dal matrimonio – che consenta ai due coniugi di evitare il passaggio da uno stato di massima protezione giuridica ad una condizione di assoluta indeterminatezza, per il profilo dell’attuale deficit di tutela dei diritti dei soggetti coinvolti”.

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