Disconoscimento della paternità e risarcimento del danno :: Diritto & Consulenza

Disconoscimento della paternità e risarcimento del danno

Pubblicato il 26 gennaio 2016

L’azione di disconoscimento della paternità serve a superare la presunzione di paternità dimostrando che il figlio nato non è stato generato dal presunto padre e che pertanto la realtà è diversa dalla situazione presunta dalla legge.

Il disconoscimento di paternità non è un atto volontario, essendo necessario promuovere un’azione giudiziaria per accertare la posizione giuridica del figlio in rapporto ai suoi genitori.

In caso di matrimonio è l’azione di stato volta a rimuovere il rapporto di filiazione nei confronti del marito della madre è regolata dall’articolo 235 e dagli articoli 244, 245, 246 e 247 del Codice civile; qualora, invece, si voglia porre in discussione l’atto di riconoscimento effettuato al di fuori del matrimonio, l’azione di riferimento è l’impugnazione per difetto di veridicità disciplinata dall’art. 263 del codice civile.

Tale distinzione discende dal permanere nel nostro ordinamento della presunzione di paternità secondo la quale chi nasce o è concepito durante il matrimonio si presume figlio del marito della madre, laddove per l’acquisizione dello stato di figlio da parte del nato da genitori non coniugati è indispensabile il riconoscimento volontario oppure un provvedimento giudiziario.

Soggetti legittimati a intraprendere il giudizio 

Possono proporre l’azione, mediante atto di citazione:
1. il marito;
2. la madre;
3. il figlio maggiorenne;
4. un curatore speciale nominato dal giudice, su istanza:
- del figlio che abbia compiuto i quattordici anni;
- del p.m. che potrà attivarsi sia su segnalazione (anche degli stessi genitori decaduti dall’azione diretta, di altri parenti o di terzi) sia d’ufficio, per il figlio infraquattordicenne;
- dell’altro genitore (da intendersi “padre biologico”), sempre nel caso di figlio infraquattordicenne.

Ruolo del padre biologico nel procedimento di disconoscimento

Il genitore biologico non è legittimato ad agire e, secondo giurisprudenza maggioritaria, non può neppure intervenire nel processo.

Il padre biologico può, tuttavia, rivolgersi autonomamente al giudice per ottenere la nomina di un curatore speciale che promuova l’azione di disconoscimento, sino al compimento del quattordicesimo anno di età del figlio, in base all’art. 444, ultimo comma, c.c.

Termini di proposizione dell’azione 

L’azione può essere proposta (art. 244 c.c.):
• in ogni tempo, da parte del figlio e del curatore nominato dal giudice su istanza del p.m. o dell’altro genitore quando sia infraquattordicenne (è imprescrittibile);
• nel termine di sei mesi, dalla madre, decorrenti dalla nascita del figlio ovvero dal giorno in cui è venuta a conoscenza dell’impotenza di generare del marito al tempo del concepimento;
• nel termine di un anno, dal marito, decorrenti dal giorno della nascita ovvero dal giorno in cui ha avuto conoscenza della propria impotenza di generare o dell’adulterio della moglie ovvero dal giorno del ritorno nella residenza familiare se non si trovava nel luogo in cui è nato il figlio ovvero dal giorno in cui ha avuto notizia della nascita.

L’azione della madre e del marito (a eccezione del caso previsto nel comma 3 dell’art. 244) non può comunque essere proposta oltre cinque anni dalla nascita.

La prova dell’inesistenza del rapporto di filiazione

E’ ammessa ogni tipo di prova: dalle dichiarazioni della sola madre all’espletamento degli esami immunogenetici/ematologici.

Nel caso di fecondazione assistita eterologa, ormai consentita anche in Italia, oggetto di prova è l’insussistenza del consenso al concepimento attraverso tale pratica, prescritto dalla legge (art. 4, comma 2, lett. b e art. 6, legge n. 40/2004) secondo forme rigorose.

La conservazione del cognome del padre

La perdita dello status di figlio comporta la perdita del cognome del padre presunto e la conservazione di quello della madre; tuttavia la giurisprudenza ha riconosciuti il diritto del figlio naturale di mantenere (…) il cognome, del quale era in precedenza titolare, quando lo stesso sia divenuto un autonomo segno distintivo della sua identità personale».

Risarcimento danni

La giurisprudenza ritiene che nel caso in cui la madre ometta di dire al proprio compagno di aver intrattenuto, durante il periodo di concepimento della minore, rapporti intimi con un’altro uomo, generando nel proprio compagno la falsa rappresentazione di essere il padre biologico tanto da spingerlo a riconoscere il neonato, lede il diritto all’autodeterminzione di quest’ultimo

Nello specifico viene leso il diritto del padre “all’identità personale” inteso come “diritto di essere se stessi” e il diritto alla libertà personale, “intesa non solo come garanzia da forme di coercizione fisica della persona, ma anche come espressione della libertà morale del soggetto”.

Da qui la legittimità della richiesta del risarcimento del danno da parte del padre putativo.

 

 

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